Carla Aita: dalla piuma alle dita *** ninfa_41@libero.it *** (ogni immagine è reperibile in rete)
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lunedì 24 aprile 2017
Gira la chiave
Gira gira
gira la luna
e gira con essa il mio capo asceso.
Gira la giostra e la ruota del carro
quello che lento osserva i cavalli
-di razza e le chiome d'alto lignaggio-
La mano offre ansiosa il mio palmo
che ora da quando chiede quel destro
anche la foglia d'acero alluse
< darò a te carezze di caduchi amanti
serrati nel loro bilingue languore >
Gira gira
e rigira la voglia
quella del rendermi capo a me stessa
del mettere in mano la chiave al mio tempo
venerdì 14 aprile 2017
Delle tue braccia ( dedicata a mio padre )
Il tempo ha lasciato solo bistre impronte
di te, delle tue braccia
del giorno che non fu
I figli in coda al dolo ed io
sorella acerba e ignara
nemmeno un pigolio
Cos'era a dare il cambio
al volo degli stormi
al suono delle voci?
Il mantra poi -negli anni- divenne identità
ma non portasti me
Rompi quel filo e tramami a tela
Riversa nello spazio fra me e il tempo
il tempio
di me e delle mie ragioni ma
ma dimmi, dimmi qual è la chiave del tuo lucchetto
per arrivarti
per giungere al lido
allo spazio per tenderti
al sapere del dirti
Ti comprendo e riparte il vagone di storie
quelle del mio fare e dove
Ama le mie pieghe e la mia vertigine
avvinghiata d'illusione d'esserci
e ponimi di fronte all'altare
che di me fa agnello e gregge
Figli rubati all'Ave
Lo senti il miagolio dei figli rubati?
Non è sera la notte e gli occhi
trafitti da freccia di balestra
serrati come bocca che digrigna denti
e non c'è un oggi a trattenere dolori persi
nè un domani a sgranare l'Ave
Sono anime figli d'anima persi in ossei labirinti
e quando pensi che l'uscita abbia traccia
le cinque dita a schiaffo ti slacciano i perchè
Non
è nemmeno sera
Se
ancor piange la luna chi mi farà da culla?
I
miei sogni di letto son meretrici in strada
nel
vender vanitose dolce tormento al vizio
La
mente va a stagioni e non è un fiore a farne astri
È
canna al vento
in
aria di tempesta
che
recita certezze d'un rischiaro
ma
dura è la discesa di quel granello ed io
rimpasto
le mie dita rinate a fango e argilladomenica 19 marzo 2017

Scivolami
dalla fronte alla luna
ove s'allarga la morsa del vento
Dentro le cime del giglio -a sera-
quando la foglia di Adamo oscilla
nell'abbandono del fiore, del figlio
Leggi la trama del mio risveglio
sul turbinio d'onda che cade al guanciale
La morte è al sicuro come i tuoi palmi
-custodia l'arsura del mio quinto mese-
La voce
torna di limbo grazie all'illustre verso
urtandomi nell'acqua
fra un sasso e un tonfo
urtandomi nell'acqua
fra un sasso e un tonfo
Salto gli spazi e il verbo teso
che l'ugola vede solo là dal colle
cirri di passato e conturbanti velli
nell'osservarmi viola sotto il giunco
che mai potrà ingiallire di mimosa
che mai potrà ingiallire di mimosa
Steppa il frastuono delle chitarre e fiati
che il tuo s'allunga tondo
e di jazz muore
che il tuo s'allunga tondo
e di jazz muore
Eri ieri, magnolia
che traggo e ritraggo come zucchero a un bimbo
e mi scrive canzoni nel suo negarsi
caduche e lente -messaggio in bottiglia-
Codifico a scaglie i punti dell'ora
quelli più lenti
chini
vuoti
privi di formule e di firmamento
-scorgo un frammento, lo vedo, mi è dentro-
Gioco con versi e con bambole adulte
o son io ad esser gioco
e balbetto una luce
martedì 7 marzo 2017

Ora
canto
del giorno pigro che mi riserva dune
plasmate
- calci a linee morte nei sessanta -
Millanta
storie e tempi che cuciono distanze
come
talloni vuoti di filo ad intrecciarsi
Passano
colline, monti e nevi ma tu
tu
non sei nemmeno quando tinte del mare a nord
chiamano
brezze di stagione
e
non c'è mano ad allungare una carezza al viziato pelo
là
dove
sono gli inchiostri bianchisabato 25 febbraio 2017
Sai
le donne non ridono
Passano le curve dei propri anni e non rammentano giorni caldi
che guardavano notti dileguarsi a lunghi addii
Non piangono a mattina quando si attutiscono rumori e luci della sera
dove un gatto -solo- chiede tempo all'amore
Siamo gatte, feline,
chiediamo amore al tempo ma è lui che comanda e non è la strada
non ci fa paura quella
ma sono i fossi a farci cadere -noi, su membra fragili
che si accartocciano al tempo d'una sigaretta-
Vedi, le luci creano ombre e viceversa
ma è quando il raggio si fa buio che nasce la distanza
e le notti piangono
come le donne.lunedì 20 febbraio 2017
Vorrei
vorrei che la mia morte fosse
cassa di tomba
per sminuire il dolo di questo
gelido volto
Ora non mi risponde nulla se non
ma tu dov'eri?
Dove sei?
Vorrei tra le mie mani il tuo
destino ma nemmeno il mio posso tenere
ed ho le mani nude
Tu
tu che nel grembo ti volli
tu
Ti sogno e non ci sei perchè
sei ali
e stai sopra me e la mia mente
contorta di stella
ma io cambio il respiro
e di te ne faccio un quadro -nel
mio soggiorno-
domenica 19 febbraio 2017
Sei più due, otto
Fratelli
Fratelli
in scala all'età ci si racconta
sempre per poi saltare al sesso
ma non c'è sesso tra fratelli
di un'unica casa e vita
Si chiamava padre il Re di
famiglia e madre, Regina
Tutti mi videro ai fragili vetri
mostrare sgomento nell'aria mia nuova
e nell'incertezza che andavo
vivendo seguivo il dito a croce di un prete
Sei più due, otto
Eravamo.
Il numero giusto che Dio volle
per noi perchè noi siamo giusti
di sbagli e medaglie che appesi
alle pelli portiamo nel tempo
che sia esso bigio o raggio del
giorno e la luna lo samercoledì 15 febbraio 2017
La mano,
targa di una vita - misteroso
destino che le carte non leggono ancora - e poi tu
quadro di dama sul quale
scivolano i piedi del gioco come pattini in lama su ghiaccio
Remano contro le braccia di
Ulisse che mai raggiunsero terra ferma nei verbi in periodi
di periodi fermi, taciti e
guardinghi
come passeggiate in lungomare
dove pesci muti di voce e forma
stanno
Mi acceco del riverbero di un nulla che fa ombra nello starnutire l'ultima tinta di bianco
domenica 12 febbraio 2017
La greppia dei gigli dannati
Erano strati sbriciolati di fogliame -quello sottostante-
a contrastare abbagli e ore del mio giorno
Era la greppia dei miei gigli dannati e d'irti abbracci
a consolare il giorno e quei miei baci persi
Era disteso ed era verde, il verde
che solo dei miei anni non cavalca più la chioma
ed era e non più "fosse" che dio mi vide e mi baciò
Baciò quel lembo di pelle ombrata e tesa nel turbinio d'ombre ed ambre perse
così che il suolo restuisse il tronco
e il falco le mie membra

Nelle plumbee notti
Si
pensa spesso in leggere o in scrivere che il punto sia da fine -
troncamento -
La
piuma che si ferma a un sito stagno parrebbe battezzare un sol
periodoche
possa esser buono oppure in stentoSoltanto
sabbie mobili a tormenti potranno dare aurora alla domandache
tanto è sole il brivido nelle plumbee nottida
farci ghianda in braccio al sacro giorno (“aspetta...”)
Ora di glicini, ora d'immenso grigio
Cinguettano nell'esplosivo autunno al nascere d'una stagione curva
e poco a loro importa se siamo al prima o al dopo
La neve già la sento nei saturi meriggi
che con il reo sbuffare nascondono le cime
e sacra è la visione in spolverar di bianco
che fa nascere al petto un cuore nuovo al balzo
E siano ricordi stellati a farci capo
che il gioco ci sorride e sorridiamo al cielo
chiazzato ora di glicini, ora d'immenso grigio
nei quali suoi rotondi mi sono persa in LA

La selva dei desideri incolti
Sai
la fine a volte sfugge d'incatenate cime
Dicono che è colpa del gorgogliar d'un rio
ed altri dello sguardo che non rammenda pezze
ma noi sappiamo già che il nuvolar di stenti -sovrastare vigne-
si tende inquieto e salubre a proferir carezze
e nell'udir angelico il gesto d'intonare
note -allungandosi ricreando un canto-
or cade nella selva dei desideri incolti
nel nascere ghirlanda che dall'amore chiede
muto bianco
domenica 1 gennaio 2017
D'avorio, quelle smesse
Erano le nove e trenta del mattino come tutte le nove e trenta del mattino
Scavo la terra che non tocca piedi per darmi l'appanno d'una bambagia a culla
i quali giunti spremono un cigolio di legno
nell'impastare aromi di boschi ora in letargo
Cadono le nevi ad architetture nuove - d'avorio quelle smesse abbottonando il tempo -
su ciglia umide e nude sfregando il giorno dopo
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