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lunedì 24 aprile 2017





Gira la chiave



Gira gira 

gira la luna 
e gira con essa il mio capo asceso. 

Gira la giostra e la ruota del carro 
quello che lento osserva i cavalli 
-di razza e le chiome d'alto lignaggio- 

La mano offre ansiosa il mio palmo 
che ora da quando chiede quel destro 
anche la foglia d'acero alluse 
< darò a te carezze di caduchi amanti 
serrati nel loro bilingue languore > 

Gira gira 
e rigira la voglia 
quella del rendermi capo a me stessa 
del mettere in mano la chiave al mio tempo






venerdì 14 aprile 2017







Delle tue braccia    ( dedicata a mio padre )



Il tempo ha lasciato solo bistre impronte 
di te, delle tue braccia 
del giorno che non fu 

I figli in coda al dolo ed io 
sorella acerba e ignara 
nemmeno un pigolio 

Cos'era a dare il cambio 
al volo degli stormi 
al suono delle voci? 

Il mantra poi -­negli anni- divenne identità 
ma non portasti me



















Tramami a tela



Rompi quel filo e tramami a tela

Riversa nello spazio fra me e il tempo
il tempio
di me e delle mie ragioni ma
ma dimmi, dimmi qual è la chiave del tuo lucchetto
per arrivarti
per giungere al lido
allo spazio per tenderti
al sapere del dirti

Ti comprendo e riparte il vagone di storie
quelle del mio fare e dove

Ama le mie pieghe e la mia vertigine
avvinghiata d'illusione d'esserci
e ponimi di fronte all'altare
che di me fa agnello e gregge



















Figli rubati all'Ave



Lo senti il miagolio dei figli rubati?
Non è sera la notte e gli occhi
trafitti da freccia di balestra
serrati come bocca che digrigna denti

e non c'è un oggi a trattenere dolori persi
nè un domani a sgranare l'Ave

Sono anime figli d'anima persi in ossei labirinti
e quando pensi che l'uscita abbia traccia
le cinque dita a schiaffo ti slacciano i perchè













Non è nemmeno sera



Se ancor piange la luna chi mi farà da culla?
I miei sogni di letto son meretrici in strada
nel vender vanitose dolce tormento al vizio

La mente va a stagioni e non è un fiore a farne astri
È canna al vento
in aria di tempesta
che recita certezze d'un rischiaro

ma dura è la discesa di quel granello ed io
rimpasto le mie dita rinate a fango e argilla








domenica 19 marzo 2017











Scivolami




dalla fronte alla luna
ove s'allarga la morsa del vento

Dentro le cime del giglio -a sera-
quando la foglia di Adamo oscilla
nell'abbandono del fiore, del figlio

Leggi la trama del mio risveglio
sul turbinio d'onda che cade al guanciale
La morte è al sicuro come i tuoi palmi
-custodia l'arsura del mio quinto mese-














La voce



torna di limbo grazie all'illustre verso
urtandomi nell'acqua
fra un sasso e un tonfo

Salto gli spazi e il verbo teso
che l'ugola vede solo là dal colle
cirri di passato e conturbanti velli

 
Ancora dorme l'amaca al risveglio
nell'osservarmi viola sotto il giunco
che mai potrà ingiallire di mimosa

Steppa il frastuono delle chitarre e fiati
che il tuo s'allunga tondo
e di jazz muore


















Eri ieri, magnolia



La fase lunare si scaglia a un domani
che traggo e ritraggo come zucchero a un bimbo
e mi scrive canzoni nel suo negarsi
caduche e lente -messaggio in bottiglia-

Codifico a scaglie i punti dell'ora
quelli più lenti
chini
vuoti
privi di formule e di firmamento
-scorgo un frammento, lo vedo, mi è dentro-

Gioco con versi e con bambole adulte
o son io ad esser gioco 
e balbetto una luce


martedì 7 marzo 2017










Ora



canto del giorno pigro che mi riserva dune
plasmate - calci a linee morte nei sessanta -
Millanta storie e tempi che cuciono distanze
come talloni vuoti di filo ad intrecciarsi

Passano colline, monti e nevi ma tu
tu non sei nemmeno quando tinte del mare a nord
chiamano brezze di stagione
e non c'è mano ad allungare una carezza al viziato pelo
dove sono gli inchiostri bianchi







sabato 25 febbraio 2017




Sai


le donne non ridono
Passano le curve dei propri anni e non rammentano giorni caldi
che guardavano notti dileguarsi a lunghi addii
Non piangono a mattina quando si attutiscono rumori e luci della sera
dove un gatto -solo- chiede tempo all'amore

Siamo gatte, feline,
chiediamo amore al tempo ma è lui che comanda e non è la strada
non ci fa paura quella
ma sono i fossi a farci cadere -noi, su membra fragili
che si accartocciano al tempo d'una sigaretta-

Vedi, le luci creano ombre e viceversa
ma è quando il raggio si fa buio che nasce la distanza
e le notti piangono
come le donne.



lunedì 20 febbraio 2017











                                                                                                        

Vorrei



vorrei che la mia morte fosse cassa di tomba
per sminuire il dolo di questo gelido volto
Ora non mi risponde nulla se non
ma tu dov'eri?
Dove sei?
Vorrei tra le mie mani il tuo destino ma nemmeno il mio posso tenere
ed ho le mani nude
Tu
tu che nel grembo ti volli
tu

Ti sogno e non ci sei perchè sei ali
e stai sopra me e la mia mente contorta di stella
ma io cambio il respiro

e di te ne faccio un quadro -nel mio soggiorno-



domenica 19 febbraio 2017
















Sei più due, otto   

Fratelli



in scala all'età ci si racconta sempre per poi saltare al sesso
ma non c'è sesso tra fratelli di un'unica casa e vita
Si chiamava padre il Re di famiglia e madre, Regina
Tutti mi videro ai fragili vetri mostrare sgomento nell'aria mia nuova
e nell'incertezza che andavo vivendo seguivo il dito a croce di un prete

Sei più due, otto

Eravamo.
Il numero giusto che Dio volle per noi perchè noi siamo giusti
di sbagli e medaglie che appesi alle pelli portiamo nel tempo
che sia esso bigio o raggio del giorno e la luna lo sa



mercoledì 15 febbraio 2017







La mano,


targa di una vita - misteroso destino che le carte non leggono ancora - e poi tu
quadro di dama sul quale scivolano i piedi del gioco come pattini in lama su ghiaccio

Remano contro le braccia di Ulisse che mai raggiunsero terra ferma nei verbi in periodi
di periodi fermi, taciti e guardinghi
come passeggiate in lungomare dove pesci muti di voce e forma
stanno

Mi acceco del riverbero di un nulla che fa ombra nello starnutire l'ultima tinta di bianco



domenica 12 febbraio 2017








La greppia dei gigli dannati



Erano strati sbriciolati di fogliame -quello sottostante-
a contrastare abbagli e ore del mio giorno
Era la greppia dei miei gigli dannati e d'irti abbracci
a consolare il giorno e quei miei baci persi

Era disteso ed era verde, il verde
che solo dei miei anni non cavalca più la chioma
ed era e non più "fosse" che dio mi vide e mi baciò
Baciò quel lembo di pelle ombrata e tesa nel turbinio d'ombre ed ambre perse
così che il suolo restuisse il tronco
e il falco le mie membra
















Nelle plumbee notti




Si pensa spesso in leggere o in scrivere che il punto sia da fine - troncamento -
La piuma che si ferma a un sito stagno parrebbe battezzare un sol periodoche possa esser buono oppure in stentoSoltanto sabbie mobili a tormenti potranno dare aurora alla domandache tanto è sole il brivido nelle plumbee nottida farci ghianda in braccio al sacro giorno (“aspetta...”)


















Ora di glicini, ora d'immenso grigio



Cinguettano nell'esplosivo autunno al nascere d'una stagione curva
e poco a loro importa se siamo al prima o al dopo

La neve già la sento nei saturi meriggi
che con il reo sbuffare nascondono le cime
e sacra è la visione in spolverar di bianco
che fa nascere al petto un cuore nuovo al balzo

E siano ricordi stellati a farci capo
che il gioco ci sorride e sorridiamo al cielo
chiazzato ora di glicini, ora d'immenso grigio
nei quali suoi rotondi mi sono persa in LA




















La selva dei desideri incolti



Sai
la fine a volte sfugge d'incatenate cime

Dicono che è colpa del gorgogliar d'un rio 
ed altri dello sguardo che non rammenda pezze
ma noi sappiamo già che il nuvolar di stenti -sovrastare vigne-
si tende inquieto e salubre a proferir carezze
e nell'udir angelico il gesto d'intonare
note -allungandosi ricreando un canto-
or cade nella selva dei desideri incolti
nel nascere ghirlanda che dall'amore chiede
muto bianco




domenica 1 gennaio 2017



                                                                                                      




                                                                                                     
D'avorio, quelle smesse



Erano le nove e trenta del mattino come tutte le nove e trenta del mattino

Scavo la terra che non tocca piedi per darmi l'appanno d'una bambagia a culla
i quali giunti spremono un cigolio di legno
nell'impastare aromi di boschi ora in letargo

Cadono le nevi ad architetture nuove - d'avorio quelle smesse abbottonando il tempo -
su ciglia umide e nude sfregando il giorno dopo